A distanza di più di un anno dallo scoppio della pandemia, in questo ultimo periodo si sente sempre più parlare delle conseguenze negative che hanno impattato sulla vita di tutti noi. Una particolare riflessione a mio avviso va rivolta agli adolescenti.

I ragazzi stanno vivendo un momento complicato in seguito ai cambiamenti vissuti nella loro quotidianità, in particolare per la perdita della routine e per l’impoverimento delle relazioni sociali.  Sta emergendo un’esacerbazione delle situazioni più a rischio, ovvero in una fascia della popolazione più vulnerabile (come per esempio nel caso di ragazzi con un conclamato disagio psicologico). Qualche settimana fa il primario di un noto ospedale romano dedicato a bambini e ragazzi, ha rivelato un preoccupante incremento di azioni di autolesionismo e addirittura tentativi di suicidio. Questi dati sono sintomatici di un crescente disagio.

Anche in fasce della popolazione meno a rischio, sappiamo che alcune cattive abitudini nello stile di vita assunti in questo periodo possono portare a breve e medio termine danni a livello della salute. Se, infatti, guardiamo alla salute come ad una interazione di fattori bio-psico-sociali, ci rendiamo conto della complessità della situazione per i ragazzi.

Inevitabilmente gli adolescenti si sono trovati, come tutti noi adulti del resto, a vivere una profonda situazione di stress. Le relazioni, a partire dalle relazioni formative che girano intorno al mondo della scuola, si sono spostate su un piano virtuale. Questo ha portato a un restringimento dei “mondi” che gli adolescenti abitano: pensiamo alla mancanza di sport, delle attività ricreative e dei momenti di relazione informale con i pari. Abitare questi molteplici luoghi è fondamentale in questa fase dello sviluppo poiché permette ai ragazzi di esprimersi al di fuori del luogo domestico, e di sperimentare così l’identità in evoluzione.

Oltre al contesto familiare, la scuola è stata un’altra importante costante in questo periodo, seppure si stia vivendo anche nel luogo privato della casa. La scuola si è trovata catapultata improvvisamente in una dimensione a lei totalmente sconosciuta e si è dovuta sperimentare in una condizione “a distanza”. Se guardiamo a questo tema, tanto discusso anche dall’opinione pubblica, credo che sia utile innanzitutto superare la dicotomia presenza VS distanza. La discussione è spesso orientata ad argomentare i motivi della scelta, i vantaggi/svantaggi dell’una o dell’altra. Spesso i ragazzi cadono in questa dicotomia che a mio avviso può essere rischiosa. Se si dovesse scegliere che una è preferibile a l’altra a livello emotivo cosa accadrebbe? Accadrebbe che si diventa di parte, si finisce per scegliere e di conseguenza si prendono, seppure emotivamente, le distanze dall’una piuttosto che dall’altra. Faccio l’ipotesi che penso che la dad non mi piaccia, sia io insegnante o alunno. Magari non posso sottrarmi fisicamente, o virtualmente dall’essere lì, ma posso farlo emotivamente con la conseguenza negativa della demotivazione, disinvestimento, vuoto, angoscia. Al contrario in alcune situazioni di ritiro sociale, e di difficoltà relazionali soprattutto con i pari posso scegliere che mi piace di più la DAD e così mi sottraggo dalla vita in classe, evito di investire sulla formazione in presenza, illudendomi che la DAD possa essere il modus operandi esclusivo. Non si tratta di operare una scelta, ma di vivere la realtà complessa della scuola così com’è.

Si possono osservare nei ragazzi atteggiamenti del genere come la perdita di interesse, l’essere presenti e fare altro durante le videolezioni, insomma trascorrere quel tempo passivamente, seguire le lezioni ancora coricati o in generale con una scarsa cura di sé, saltare ripetutamente le lezioni, disconnettersi mentalmente. E dopo cosa accade? Dopo si sperimenta un senso di vuoto e di angoscia per la perdita di una motivazione che è il motore fondamentale della formazione. Mi raccontava un ragazzo di 16 anni quella sensazione di sentirsi come un criceto che gira costantemente nella stessa ruota, ovvero la sensazione di vivere una giornata che si reitera all’infinito sempre uguale a sé stessa. Questi sono importanti segnali che noi adulti, formatori e operatori, dobbiamo cogliere e su cui dobbiamo agire, dandogli un senso.

Da parte degli insegnanti il rischio più grande è la deriva in una condizione adempitiva per cui si ha la sensazione che l’importante sia fare il proprio dovere, indipendentemente dal processo, magari reiterando le medesime metodologie di insegnamento a prescindere dall’efficacia come se si stesse in aula in un assetto frontale.

La conseguenza preoccupante, che spesso ho potuto osservare da parte dei ragazzi (e non solo) è la perdita della progettualità: il tempo futuro è sospeso, si perde lo slancio verso desideri possibili, l’idea di muoversi verso un obiettivo, restando intrappolati in una condizione di attesa magica che prima o poi tornerà la normalità e tutto sarà come prima. Superare invece la dicotomia scuola in presenza vs scuola a distanza facilita la presa di coscienza che invece è importante che si viva il “qui ed ora”, cercando di dare un senso a quello che accade perché questa che stiamo vivendo è un’esperienza che farà parte del bagaglio esperienziale di tutti noi e in quanto tale va compreso, digerito e interiorizzato come tutte le esperienze della vita. Penso che sia una grande sfida che in generale il mondo della scuola debba cogliere, riflettendo su sé stessa, soprattutto sulle metodologie pedagogiche. La scuola, con i suoi attori protagonisti, è importante che oltre a cogliere la sfida a livello macro (a livello di decisioni politiche ed economiche) aiuti i docenti stessi, come molti già fanno, ad equipaggiarsi per affrontare questa situazione. Questo è possibile partendo dal porre ascolto a quello che accade e che spesso non si dice, per dare un significato al presente.

Una metodologia possibile con cui lavorare può essere connessa alla promozione delle life skills. Per life skills intendiamo le competenze personali, emotive e sociali, fondamentali nella vita di tutti gli individui. Queste sono il prendere decisioni, il problem solving, la comunicazione efficace, il pensiero creativo e critico, la gestione delle emozioni e dello stress, le relazioni interpersonali, la consapevolezza di sé. Si tratta di competenze di vita che possono diventare una lente con cui guardare al proprio lavoro di insegnante, e non solo. Le life skills sono competenze di vita che non si possono insegnare, ma sono già dentro di noi, nel nostro bagaglio personale, con un grado di consapevolezze variabile, e che possiamo ogni giorno sperimentare e rinforzare.

In questo momento storico in particolar modo, ampliare la consapevolezza di tutto ciò, sperimentarla a scuola con i propri compagni e i propri docenti nella quotidianità della formazione può aiutare a far fronte a questo momento così imprevedibile che ha profondamente modificato la vita di tutti noi.

 

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